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Editoriali

Scuola, vai col ballo della maturità

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maturità, esame

Da qualche tempo a questa parte, una strana frenesia colpisce, indistintamente, i cosiddetti ministri dell’Istruzione e li spinge, una volta saliti in cattedra, a dispensare le proprie credenze sull’esame di maturità. E puntualmente, a disfare quello dell’anno precedente.

“Ieri si faceva così, oggi si fa cosà” è l’imperativo di ogni nuovo arrivato a viale Trastevere. E via a cambiar regole, rifare procedure, riaggiornare sistemi, far impazzire docenti, personale, funzionari e commissioni. Sfidandoli a far tutto in sei mesi, quasi fossimo alla maratona del banco scolastico.

Ognuno ha la sua versione. Ci sono quelle di Moratti, Fioroni, Gelmini, Giannini, Fedeli e Bussetti, solo per citarne alcune. L’ultima è del ministro Fioramonti che ieri ha tuonato: “Aboliremo le buste”.

In un primo momento, io, che ho fatto la maturità nel secolo scorso, ho pensato alla prematura dipartita delle Poste. Poi mia moglie, che ha la fortuna e la sfortuna di fare la docente, mi ha spiegato che, fino a ieri, i maturandi, per cominciare l’orale, dovevano scegliere fra tre buste con argomenti diversi. “Mi pare il Rischiatutto”, ho commentato sommessamente, ricevendo in cambio un’occhiataccia. Perché chi lavora nella scuola, di solito, si lamenta, ma nonostante tutto, inspiegabilmente, della scuola s’innamora.

Da comune cittadino, tuttavia, resto convinto che quest’eccesso di cambiamenti nasconda una sostanziale carenza di idee. Si cercano correttivi e soluzioni estemporanee, talvolta stravolgimenti. Ma tanto efficaci non devono essere se, di recente, i professori universitari si sono lamentati del basso livello culturale degli studenti che arrivano da loro, freschi di maturità. E non potrebbe essere altrimenti. Perché il vero problema non è il meccanismo dell’esame, che può anche essere superato con una buona dose di fortuna, ma la preparazione degli anni precedenti. La base, come si diceva ai miei tempi.

Per migliorarla, a mio modesto parere, non c’è che un unico modo. Quello di gentiliana memoria, dove l’esame di Stato serviva sia per misurare la preparazione degli studenti sia quella degli insegnanti. Se i primi sono ben preparati, a venire promossi non sono soltanto loro, ma anche i docenti che pertanto, qualunque metodo abbiano seguito, dovranno essere premiati. Ciò consentirebbe, fra l’altro, di alleggerire il peso degli insegnanti farlocchi, dando più soldi a quelli che lo meritano, valutandone anche l’autorevolezza. Che beninteso, non è autoritarismo, come spesso travisano i genitori. Ma preparazione e carattere talmente forti da indurre rispettoso (e doveroso) silenzio durante le lezioni in aula.

Se esista un esecutivo che abbia il coraggio d’imporre – a studenti, genitori e insegnanti – quest’orientamento, non lo so. E non dimentico che l’Italia è un paese dove un voto in pagella può provocare una crisi di governo e le teorie socio-psicologiche “salva tutti” sono vanto nazionale. Ma altri metodi non ce ne sono. Non ci sono ministri dell’istruzione, riforme dell’esame di maturità o slalom che tengano. Ma vai a farlo capire agli italiani, che dicono di volere una scuola rigorosa e selettiva: per i figli degli altri, ma non per i propri.

Eppure è dalla scuola che si costruisce il futuro di un Paese. L’unico politico che pare averlo intuito, mettendo nel programma un cospicuo investimento, almeno a parole, è Carlo Calenda. Gli altri, assenti ingiustificati.

Wainer Preda

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