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Cultura

Bergamo Alta, come è nata Piazza Vecchia

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piazza vecchia bergamo alta

In questa puntata della nostra rubrica parleremo di come è nata Piazza Vecchia, a Bergamo Alta. “Et è loco molto alegro et bello et pieno de mercancie”. Il viaggiatore Zuanne de San Foca, da noi citato nella precedente puntata, non si limitava a descrivere i “bellissimi pallazi” bergamaschi, ma citava anche le “botegete”, le piccole botteghe, in particolare quelle dell’attuale Piazza Vecchia di Bergamo Alta.

Le “botegete” sono state oggetto di un interessantissimo studio di Laura Bruni e Maria Mencaroni, che ci presentano un ambiente vivacissimo e colorato affollato di venditori. Ponevano banchetti, tende e deschi anche provvisori in ogni angolo della piazza e occupavano fin l’interno dei cortili. L’attività commerciale perdurava pur nell’affermazione sempre più netta delle funzioni dirigenziali e amministrative.

Nel 1520 il mercato delle biade, da decenni esercitato in loco, veniva spostato per volere dei rettori nell’area antistante la Cittadella viscontea. Fu allora che Piazza Vecchia assunse il nome attuale, mentre il termine” piazza nuova” passava ad indicare quella che è oggi piazza Mascheroni. Ma biade e granaglie continuavano ad essere commerciate anche in Piazza Vecchia. Probabilmente nella zona situata sul lato est dove le due studiose collocano le case dei Carati citati come Carati della Biava. Sulla facciata Gian Mario Petrò individua fra frammenti di intonaci dipinti a fiori chiari e losanghe gli stemmi delle parentele Biava, Solza e Grumelli. Più avanti sullo stesso lato della piazza i Carati affittavano botteghe a ortolani e “biavaroli”.

Bergamo Alta: il lato meridionale di Piazza Vecchia

Il lato meridionale era fin dall’epoca comunale sede di ”cartelari”, addetti alla vendita di materiale di cancelleria ,cui non doveva mancare il lavoro data la collocazione al centro della pubblica amministrazione. Le loro botteghe trovavano posto fin sotto le volte dello scalone di palazzo. Nel Cinquecento i “cartelari” eran divenuti “librari” aggiungendo alla vendita di quaderni e registri anche quella di libri veri e propri. Qualcuno di loro cominciava ad avventurarsi nell’attività editoriale.

Così il libraio Pigozzi che teneva bottega là dove oggi è situato il caffè del Tasso. A lui subentrò nel 1586 lo stampatore bresciano Comin Ventura che con non meno di seicento edizioni stabilì una forma di monopolio cittadino rafforzato da numerosi privilegi comunali. La sua fama varcava i confini bergamaschi. La sua produzione per qualità e numero delle opere poteva collocarsi al vertice della tipografia italiana cinquecentesca. Dava inizio ad una tradizione tipografica bergamasca che continuò nel tempo pur senza raggiungere mai il grado di pregio del suo lavoro. Nella Biblioteca Angelo Mai è tuttora conservato il corpus più completo delle opere edite dal Ventura e dai suoi figli.

Rimandiamo al prossimo incontro l’esame delle “botegete” che erano disposte lungo i lati occidentale e settentrionale della piazza.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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