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Editoriali

Ilva, il governo si gioca il posto

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Giuseppe Conte Ilva Arcelor Mittal Taranto

Sulla questione Ilva il governo si gioca il posto. Lo ha detto chiaramente Graziano Del Rio: la sopravvivenza dell’esecutivo è legata alla sorte dell’acciaieria di Taranto. Non è la solita vaga affermazione, per sollecitare un fronte comune postumo, da parte di un ceto politico incapace da oltre 40 anni di trovare serie soluzioni di politica industriale, ma un’indicazione quantomai realistica.

L’ex ministro vede lungo. Sa che il licenziamento in massa dei lavoratori pugliesi potrebbe costare caro, anzi carissimo, al suo partito e al governo. Perché è evidente che migliaia di famiglie sul lastrico, oltre a essere un problema sociale, sono focolaio di delusione e sfiducia del Paese nei confronti del reggente di turno.

L’onda lunga del dramma, è consapevole il capogruppo Pd, potrebbe arrivare lontano. Con le elezioni in Emilia Romagna dietro l’angolo, i dem non se la possono permettere. E neppure il governo. Perdere nella regione più rossa d’Italia sarebbe la fine, anche se i numeri in parlamento non cambiano, del secondo esecutivo Conte. Ecco perché il premier nei giorni scorsi ha voluto mostrare (doverosa) vicinanza ai lavoratori di Taranto: per evitare che il contagio della rabbia si allarghi al resto del Paese. La storia insegna che, in tempi grami, un sassolino può scatenare una frana, repentina e travolgente. E qui di sassolini ce ne sono ventimila.

Dagli anni Ottanta in poi, nessun esecutivo ha saputo governare le crisi industriali. Tantomeno quelli di centrosinistra, in passato più impegnati a lisciare il pelo ai “capitani d’impresa” che a tutelare i lavoratori. Il “grande tradimento”, consumato a suon di flessibilità esasperata e contratti atipici che sfiorano lo schiavismo, ha portato a una progressiva perdita di consensi e alla migrazione della classe lavoratrice, impoverita, verso altri lidi. Già oggi non si trova un operaio che voti Pd in Lombardia e Veneto. E le conseguenze della vicenda Ilva potrebbero consegnare quel che resta dei figli del “Quarto Stato” alla Lega di Salvini.

Il Partito Democratico, d’altronde, paga il marasma identitario in cui è finito. Non ha una linea chiara e riconoscibile nemmeno sul lavoro, figuriamoci sull’Ilva. Per anni si è fatto portavoce della globalizzazione, convinto che le frontiere aperte – in campo economico e non solo – fossero il futuro. Ora, però, che la globalizzazione si affaccia con il suo tipico cinismo, a fauci spalancate, sul Paese, ecco la retromarcia.

Ma non è un passo indietro netto, distintivo, anzi. Invece di schierarsi apertamente con i lavoratori, il Pd abdica alla sua identità originaria e si lascia superare a sinistra dal Movimento 5 stelle. Che, diciamolo, non brilla per acume politico, ma una cosa l’ha capita: senza i voti delle masse si va a casa.

Sull’Ilva il posto del governo traballa. E allora tocca a Conte dire “qualcosa di sinistra”. Andare a parlare con gli operai. Garantire loro appoggio. Tentare di arrampicare i vetri, con frasi come: “Siamo la settima potenza mondiale, l’Italia farà sentire tutta la sua forza”. Sovranismo di convenienza, verrebbe da dire. Lo Stato che a parole sfida la multinazionale, sapendo di non poterne fare a meno. Gli interessi nazionali contro la globalizzazione di cui l’alleato di governo è paladino. La promessa ecologica, lasciando aperta la fabbrica che uccide. Giochi di prestigio 2019.

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