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Editoriali

Caro ministro, niente “bavaglio” all’informazione

Il bollettino della Protezione civile non sarà più quotidiano. Ma è la mancanza di informazioni che uccide, non l’abbondanza. E a Bergamo lo sappiamo bene

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bollettino coronavirus Borrelli

Il viceministro della Salute Pier Paolo Sileri, esponente del M5s e guarito dal Covid, in mattinata dice a Radio 24 che non diffonderebbe più il bollettino sul coronavirus tutti i giorni. “Non è più utile come all’inizio – sostiene – mi limiterei al trend”. Tempo due ore, il capo della Protezione civile Borrelli annuncia che il bollettino non sarà più quotidiano, ma solo il lunedì e il giovedì, manco si trattasse di un mercato. “Si è alleggerita la pressione sugli ospedali”, si giustifica.

Sarà, ma il bollettino non era per i medici, che non hanno certo il tempo di seguirlo. Era per la popolazione. Anzi, per informare tempestivamente i cittadini su come si muove il virus. E invece no. Dalla prossima settimana conosceremo le mosse del Covid una volta ogni tre giorni.

La decisione, a parer mio, è profondamente sbagliata. Primo, perché induce false illusioni. Dà quell’aria da “liberi tutti, ormai è passato” che può trasformare una tragedia in una catastrofe ancor peggiore. I dati dicono che si continua a morire e tanto: 250 morti al giorno in Lombardia. In più, i test sierologici e gli scienziati come Massimo Galli, primario del Sacco di Milano, avvertono che i contagi reali sono 10 volte quelli dichiarati. Cinquecentomila solo in Lombardia. Mezzo milione di ammalati, che possono contagiarne altri 9 milioni e mezzo.

Si può giocare con le cifre e, in questo, i politici sono maestri. Capisco perfino l’esigenza di non spaventare la popolazione, con frasi tranquillizzanti come “dovremo convivere col virus”, che in realtà nascondono un tetro sottotesto: rassegnatevi, ci saranno altre vittime, dovete farci il callo. Ma non basta la comunicazione a cambiare la percezione dei fatti, quando i fatti si chiamano morti e ricoverati.

Il governo non può lasciare i cittadini senza informazioni e chieder loro un atto di fede. Non dopo aver raccontato che “siamo prontissimi” e che “è una semplice influenza”, salvo poi constatare che ci sono 22mila morti (dichiarati).

Se prevarrà questa logica, ci avvertiranno di nuovi focolai con qualche giorno di ritardo, perché serve il trend. Avvisi postumi. Come trapassati, a quel punto, saranno anche molti di noi.

Per questo rivendico il diritto, peraltro sancito dalla Costituzione, di essere informato tutti i giorni su quanto accade nel mio paese. Non due volte la settimana. Anche perché non si tratta delle frivolezze del Grande Fratello, ma di salute pubblica. Che senso ha, per esempio, diffondere con tre giorni di ritardo l’incremento di casi in taluna parte della nostra provincia? Equivale a lasciar brancolare, per 72 ore, migliaia di bergamaschi in un campo minato, sperando che non inciampino nelle mine.

E’ la mancanza di conoscenza, di informazioni, che uccide. A Bergamo l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle. Agli inizi di marzo abbiamo lasciato circolare il virus, attendendo notizie e decisioni mai arrivate. Con le persone che, non sapendo, uscivano, ignare del rischio che stavano correndo. Le conseguenze le abbiamo pagate poco dopo: 2800 morti. Per questo lasciare la popolazione senza informazioni dettagliate per tre giorni, concedere tre giorni di vantaggio a un virus che si propaga alla velocità del suono, è quantomeno incosciente.

No, signor ministro, le cifre vanno date – e tutte – con puntualità. Perché oltre alla salute, c’è il rischio che i cittadini comincino a dubitare della buonafede delle istituzioni. E di dubbi, mi perdoni, da queste parti ne abbiamo già molti. Almeno quanto le morti che potevano essere risparmiate.

Tutti i dati, pubblicati tutti i giorni: questo salva i cittadini e fa una democrazia seria e trasparente. L’altro, a casa mia, si chiama regime.

Wainer Preda

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