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Editoriali

Bergamo, i dati del contagio non tornano

Nel giro di ventiquattr’ore in Bergamasca siamo passati da 133 nuovi casi a 24, ovvero 6 volte meno. Come si spiega?

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Bergamo contagio

Come è possibile che il contagio da coronavirus a Bergamo passi, nel giro di 24 ore, dall’emergenza al quasi azzeramento? Me lo sto chiedendo, guardando i dati regionali appena usciti.

Parlano di sbalzi incomprensibili che nessuno, mi risulta, è riuscito ancora a spiegare. Secondo Regione Lombardia, oggi in Bergamasca i nuovi contagiati dal Covid sono 24. Circa un sesto di quanto rilevato ieri, quando l’incremento era stato di 133 nuovi ammalati. Senza considerare gli altri 370 casi registrati, sempre ieri, nelle residenze socioassistenziali bergamasche che non erano stati ancora conteggiati.

Sembrano numeri inspiegabili, a dire il vero. Vanno dall’altissimo al bassissimo nel giro di poche ore. Per carità, tutto è possibile. Ma se fosse, saremmo di fronte al virus più “ridicolo” della storia, capace di contagiare massicciamente un giorno e di prendersi una vacanza il successivo. Ovviamente, non è così, visto il numero di morti e ricoverati. Ma a questo punto, diventa legittimo domandarsi, senza risvolti polemici, come vengano effettuati i rilievi.

Di certo, non si tratta di dati in tempo reale o leggermente differiti. Per raccogliere i tamponi dalle strutture ospedaliere, passarli ai laboratori d’analisi sparsi sul territorio regionale, aspettare gli esiti, iscrivere i casi nel database regionale, elaborarli e poi pubblicarli, servono diversi giorni. Non lo diciamo noi, ma uno studio pubblicato dal sito scientifico Arvix della Cornell University.

I dati “ballerini” del contagio a Bergamo: ieri 133, oggi 6 volte meno

Tuttavia, ciò non basta a spiegare dati così “ballerini”, che il martedì fanno gridare all’imminente catastrofe e il mercoledì al “liberi tutti”. Per questo sarebbe interessante capire dove e come sono raccolti i rilievi e a chi vengono fatti i tamponi. Dal 26 febbraio scorso, il Ministero della Salute ha stabilito che i test siano fatti solo a soggetti con sintomi. Ma nulla è dato sapere sul flusso dei dati. Non sappiamo se, per esempio, un giorno si raccolgano e analizzino di più in una provincia piuttosto che un’altra, o se provengano da una categoria invece che dalla successiva, da una fascia d’età o dalla prossima.

Di certo, dati così altalenanti come quelli degli ultimi due giorni non hanno molto significato. Perché non consentono di tracciare un’affidabile curva del contagio. Il trend è condizionato dall’intervallo di tempo delle procedure di cui sopra. Ciò, fra l’altro,concede al virus giorni di vantaggio, pregiudicando la rilevazione tempestiva di eventuali nuovi focolai. Quando poi, come accaduto ieri, spuntano 370 positivi in “ritardo” nel conteggio (il 3 per cento del totale in Bergamasca) la fotografia dell’epidemia di un territorio diventa estremamente traballante.

Il che è oltremodo pericoloso. Perché la Regione deve prendere decisioni su una curva non troppo certa. E per giunta sottostimata secondo diversi scienziati e virologi, secondo i quali la reale portata del contagio sarebbe molto, molto superiore a quella dichiarata. Un’indagine dell’Ats di Bergamo pubblicata domenica, per esempio, stima che oltre 52mila bergamaschi mostrerebbero attualmente sintomi riconducibili al Covid. Circa quattro volte e mezzo i dati regionali.

Per dirla brutalmente, una cosa è ipotizzare di riaprire tutto con 500 contagiati al giorno, un’altra è con 24. In questo, le rilevazioni degli ultimi due giorni non aiutano. Anzi, aggiungono incertezza, aumentando la possibilità di improvvide decisioni.

Wainer Preda

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